Quando tre aggettivi fanno una prova....

Alessandro Ancarani (alessandro@studioin3.com) non è un grande scrittore. Non è nemmeno uno scrittore, o almeno non si considera tale. Dal 1997 però il suo lavoro è sempre ruotato nei pressi delle parole in qualità di giornalista, caporedattore, revisore di bozze, videoimpaginatore di libri e giornali. Da allora combatte una strenua lotta contro il suo mortale nemico: l’esercito dei refusi. Ha tratto in salvo da storture grammaticali e formattazioni tragiche migliaia di scritti. Altri li ha visti perire sotto i colpi di assurdi refusi mai corretti. La costernazione che questi episodi gli provocano lo spinge a firmare per noi questa guida in 4 puntate: Come scrivere un libro uscendone vivi e soddisfatti

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Benvenuti alla seconda puntata di Come scrivere un libro uscendone vivi e soddisfatti. Oggi vi presento la zia Pinuccia di Frascati, i nostri vecchi compagni d’asilo, un pastore abruzzese, un bracciante lucano e una casalinga di Treviso. Cos’hanno in comune? Sono alcune tra il miliardo di risposte esatte che potete buttare là se, a bruciapelo, qualcuno vi domanda:

«Per chi stai scrivendo il tuo libro?». 

C’è una sola risposta che proprio non potete dare, ed è «Per me stesso».

Non fraintendetemi, scrivere per se stessi è legittimo e piacevole. Ma se parliamo di libri il discorso cambia. Un libro diventa l’oggetto straordinario che conosciamo durante quel processo digestivo-metabolico noto come pubblicazione. Diventa pubblico, etimologicamente - e non solo - di tutti. Un atto di umiltà ed altruismo estremi da parte di chi scrive.

Il mio primo Direttore di redazione mi ha insegnato molte cose. Ma la più preziosa è che una pubblicazione, durante la lavorazione che la porta dal PC alla tipografia arriva a un punto del tragitto in cui cessa di essere creatura dell’autore ed inizia ad essere creatura del lettore. «È lui che ogni mattina tira fuori il portafoglio per leggere quello che scriviamo. È verso di lui che devo farmi garante della qualità del prodotto, non verso di te, che alla terza revisione del pezzo chiedi ancora di poter cambiare un aggettivo. Stai scrivendo per te stesso, e invece devi farlo per quel signore che tira fuori l’euro dal portafogli».

Questo ragionamento può sembrare crudele e supponente. Sono le stesse cose che pensavo uscendo dall’ufficio del Direttore a testa china ed ego sanguinante. Ma la verità è che nessuno sta aspettando con impazienza il vostro libro. Oggi i distributori i libri di Narrativa ai commercianti non li presentano nemmeno. Avete capito bene, la Narrativa! Non la presentano perché nessuno la legge più. Oggi per creare un libro che si venda non bisogna partire dallo spunto di un autore (a meno che non sia un nome arcinoto o già affermato) ma dai ragionamenti a tavolino di editori e distributori.

Creare qualcosa che si venda, questo è il punto di partenza. Io sono un autore, non so nulla di queste cose e nemmeno mi interessano, devo pensare solo a scrivere. Obiezione sensata. E allora vediamo come possiamo scrivere quel che abbiamo in mente per arrivare a qualcosa di pubblicabile, qualcosa che sia significativo per chi se lo troverà di fronte su uno scaffale in libreria.

Anzitutto siamo asciutti, evitiamo le verbosità,

e se stiamo scrivendo del nostro eroe sportivo asteniamoci da cose come «90 minuti di disperato, furibondo, folgorante delirio agonistico» (è una cagata del sottoscritto in un pezzo di dieci anni fa che ancora mi tormenta la notte): se vi occorrono tre aggettivi per descrivere qualcosa, quasi certamente quelli da voi scelti sono sbagliati. Gli aggettivi sanno fare il loro mestiere. Se battezzate quello giusto, uno solo è più che sufficiente. Tre aggettivi in sequenza sono uno dei più chiari sintomi che state scrivendo per voi stessi e non per i lettori.

Secondo passo: siate coinvolgenti

Generalmente gli autori alle prime armi scrivono di quel che conoscono meglio, cioè loro stessi e le loro esperienze di vita. Bene. Ma anche gli episodi che a voi paiono più significativi rischiano di essere noiosi per i lettori. Dopotutto ognuno di noi ha le proprie esperienze e non è detto che siano tutte degne di finire in tipografia. Ma le vostre sì: a patto che troviate un comune denominatore o una chiave di lettura (di scrittura?) che le renda in qualche modo universali. Raccontate ciò che avete in mente in modo da trasportarci dentro chi lo leggerà. Se avete attraversato il mondo in barca a vela, leggendo le vostre imprese dovrò sentire i vestiti zuppi e la salsedine sui capelli!

Terzo e conclusivo passo di giornata: massima chiarezza di esposizione

Non date per scontato che tutti sappiano. Molti sapevano, qualcuno dormiva, altri hanno dimenticato. Usate le Wh questions (Chi? Cosa? Quando? Dove? Perché?) per non perdere la bussola narrativa. E soprattutto rammentate: di James Joyce ce n’è uno, inimitabile. Meglio scegliere i sentieri battuti da una punteggiatura ritmata e dai periodi brevi di scolastica memoria. 

Periodi brevi, uno dopo l’altro, possono condurvi sull’Olimpo del Letteratura. Buona scalata!